Ghaddafi's historical visit to Italy paves way for Libya-EU ties
By Silvia Marchetti
ROME, June 10 (Xinhua) -- Libyan leader Muammar Ghaddafi on Wednesday started his first historical visit to Rome. The 3-day visit is set to boost Libya-Italy bilateral relations and pave way for closer cooperation with the European Union (EU) on economic and immigration issues.
Ghaddafi's visit to Rome is the product of 40 years of hard-spun diplomatic negotiations. It follows the signature in August 2008 of the Treaty on Friendship, Partnership and Cooperation between Italy and Libya which officially put an end to the long-lasting colonial dispute by granting material compensation to Libya and launching a strategic economic and anti-immigration partnership.
Upon arrival, Ghaddafi met with the Italian head of state Giorgio Napolitano and Prime Minister Silvio Berlusconi.
"A painful chapter of history is finally over," Berlusconi said when he welcomed Ghaddafi at the airport, according to local news agencies.
Napolitano said that "this historical visit paves the way to stronger bilateral ties between Italy and Libya."
Berlusconi and Ghaddafi signed important bilateral agreements to boost economic, scientific and technical cooperation in sea resources, develop student exchange programs and implement special fiscal measures for companies' investments.
"Berlusconi is a man of great courage, he has taken the historic decision to apologize for Italy's colonialist damage to Libya and he is the only Western leader to have done so. This is why I am here today in Rome," Ghaddafi told reporters at a joint press conference.
"An era has closed and a new one begins, the merit goes to premier Berlusconi. Italy is now our friend and Libya is open to all Italian companies wanting to do business," Ghaddafi added.
Berlusconi, remembering the "suffering of the Libyan people," said the strategic partnership is the product of many years of hard work done by his predecessors. "I am very happy that there are no more contrasts between our countries," he added.
Ghaddafi said he will push the UN General Assembly to assign a permanent seat to Italy. "Italy has defeated Fascism and deserves it more than many other countries."
Ghaddafi added as well that he will present to the UN refugee agency a strategic document for the fight against sea piracy in Somalia.
On Thursday Ghaddafi will give a speech at the Italian Senate and at La Sapienza state university, while he will meet on Friday with the Italian association of entrepreneurs and a delegation of 700 women.
According to Arturo Varvelli, researcher at the Milan-based ISPI institute of international politics and author of Italy and the rise of Ghaddafi, "the Libyan leader's trip to Rome will pave way for greater Libya-EU relations, especially in the fight against illegal immigration."
continua...
giovedì 11 giugno 2009
giovedì 21 maggio 2009
Articolo su "L'Occidentale"

Gheddafi ha bisogno dell'Italia per continuare a governare la Libia
Gheddafi ha bisogno di noi. Sembra paradossale sostenerlo proprio quando l’Italia sembra sottoposta ad un duplice ricatto proveniente dalla Libia: quello dell’immigrazione e quello del petrolio. Tuttavia siamo sempre stati un partner essenziale nello sviluppo dell’economia libica.
Se l’Italia ha da sempre avuto bisogno del greggio libico, anche il regime di Tripoli ha necessità dell’Italia, innanzitutto come fondamentale contribuente alla stabilità del rentier state, ossia di quella formula di stato, come quello libico e come le economie del Golfo, che basa gran parte delle proprie entrate sulla rendita petrolifera.
L’Italia è tuttora la prima importatrice di petrolio libico, i cui introiti permettono a Gheddafi di distribuire questa rendita alla popolazione in maniera diretta o attraverso la creazione di posti di lavoro pubblici, una politica dei prezzi controllata dallo stato e un sistema di sussidi ai beni di prima necessità. In sostanza, grazie a noi, i libici possono permettersi di lavorare veramente poco e di avere un discreto tenore di vita.
CONTINUA...
venerdì 15 maggio 2009
martedì 28 aprile 2009
martedì 14 aprile 2009
mercoledì 8 aprile 2009
Qualcosa si muove...? Si sono accorti di internet... qualche anno dopo
De Bortoli al Corriere, il discorso
De Bortoli.... Mi candido, qualche consiglio te lo darei gratis... non quello del sito del Corriere a pagamento però.
De Bortoli.... Mi candido, qualche consiglio te lo darei gratis... non quello del sito del Corriere a pagamento però.
lunedì 6 aprile 2009
giovedì 2 aprile 2009
lunedì 30 marzo 2009
domenica 1 marzo 2009
Panebianco sul Corriere spiega bene "i pericoli del nuovo corso"
L'articolo che avrei voluto scrivere...
di Angelo Panebianco
No, we cannot. L'inquietudine e le preoccupazioni per i primi passi dell'Amministrazione Obama, per il modo in cui il nuovo Presidente americano sta reagendo alla crisi economica, crescono fra gli osservatori. Tutti sappiamo che le decisioni dell'America ci riguardano, che la crisi mondiale, là cominciata, può finire solo se l'America farà le scelte giuste contribuendo a ricostituire la fiducia perduta dei mercati e ponendo le condizioni per il rilancio, in tutto il mondo, della crescita. Il dubbio che serpeggia è che il nuovo Presidente possa non rivelarsi all'altezza, che la Presidenza Obama possa un domani, quando verrà il momento dei bilanci, mostrare di avere qualcosa in comune con l'Amministrazione (repubblicana) di Herbert Hoover, la quale, con le sue scelte sbagliate, aggravò la crisi seguita al crollo di Wall Street del 1929.
Certo è che fin qui i mercati hanno reagito con scetticismo o addirittura negativamente a tutti gli annunci e a tutte le decisioni prese dall'Amministrazione. Ciò nonostante, Obama sembra deciso a pagare le cambiali contratte in campagna elettorale con la sinistra americana: piano sanitario nazionale, rivoluzione verde, massicci investimenti pubblici, tasse più elevate per gli alti redditi. La dilatazione della spesa pubblica implica un cambiamento epocale, il passaggio a una fase di forte presenza statale nella vita economica e sociale americana. Ma è proprio quella la ricetta giusta per rassicurare i mercati e rilanciare consumi e investimenti? Se lo sarà, la Presidenza Obama risulterà un successo e non solo l'America ma tutto il mondo ne verranno beneficiati. Altrimenti, la crisi si aggraverà e ci vorranno molti più anni di quelli che oggi gli esperti prevedono per uscirne. Nell'attesa, possiamo però già valutare alcune conseguenze che la crisi, e le prime risposte dell’Amministrazione Obama, stanno determinando in tutto il mondo.
continua sul Corriere
di Angelo Panebianco
No, we cannot. L'inquietudine e le preoccupazioni per i primi passi dell'Amministrazione Obama, per il modo in cui il nuovo Presidente americano sta reagendo alla crisi economica, crescono fra gli osservatori. Tutti sappiamo che le decisioni dell'America ci riguardano, che la crisi mondiale, là cominciata, può finire solo se l'America farà le scelte giuste contribuendo a ricostituire la fiducia perduta dei mercati e ponendo le condizioni per il rilancio, in tutto il mondo, della crescita. Il dubbio che serpeggia è che il nuovo Presidente possa non rivelarsi all'altezza, che la Presidenza Obama possa un domani, quando verrà il momento dei bilanci, mostrare di avere qualcosa in comune con l'Amministrazione (repubblicana) di Herbert Hoover, la quale, con le sue scelte sbagliate, aggravò la crisi seguita al crollo di Wall Street del 1929.
Certo è che fin qui i mercati hanno reagito con scetticismo o addirittura negativamente a tutti gli annunci e a tutte le decisioni prese dall'Amministrazione. Ciò nonostante, Obama sembra deciso a pagare le cambiali contratte in campagna elettorale con la sinistra americana: piano sanitario nazionale, rivoluzione verde, massicci investimenti pubblici, tasse più elevate per gli alti redditi. La dilatazione della spesa pubblica implica un cambiamento epocale, il passaggio a una fase di forte presenza statale nella vita economica e sociale americana. Ma è proprio quella la ricetta giusta per rassicurare i mercati e rilanciare consumi e investimenti? Se lo sarà, la Presidenza Obama risulterà un successo e non solo l'America ma tutto il mondo ne verranno beneficiati. Altrimenti, la crisi si aggraverà e ci vorranno molti più anni di quelli che oggi gli esperti prevedono per uscirne. Nell'attesa, possiamo però già valutare alcune conseguenze che la crisi, e le prime risposte dell’Amministrazione Obama, stanno determinando in tutto il mondo.
continua sul Corriere
Continuano le interviste...
Varvelli per le "Tre domande a..." dell'Ispi
Intervista a Ian Tabot sulla situazione Pakistana
e intervista a Denis Bauchard sulle elezioni israeliane
Intervista a Ian Tabot sulla situazione Pakistana
e intervista a Denis Bauchard sulle elezioni israeliane
martedì 10 febbraio 2009
7 anni dopo
"Le società civilizzate, almeno sembra, sono a tal punto assuefatte alla violenza, da aver perso il loro dono di essere disgustate dal male".
Il padre di Daniel Pearl.
Il padre di Daniel Pearl.
lunedì 2 febbraio 2009
domenica 1 febbraio 2009
Con Obama torna il vero american dream: l'indipendenza energetica
Su "Il Riformista" di oggi 1 febbraio 2009
di Arturo Varvelli
Il tema dell’indipendenza energetica lanciato in queste ore dal presidente Obama non è un tema nuovo. Soprattutto per gli Stati Uniti. La questione emerse negli anni cinquanta di fronte al continuo crescere della quota petrolifera che gli Stati Uniti importavano dall’estero rispetto alla quota prodotta internamente. Nel 1948, per la prima volta gli USA scoprirono di essere diventati un importatore netto di greggio; l’avvenimento esercitò un forte impatto sulla psicologia americana. Per gli strateghi il passaggio al nuovo status venne percepito come una perdita definitiva dell’indipendenza energetica, nonché della capacità di coprire quasi l’80 per cento del consumo europeo di prodotti petroliferi. Ma le responsabilità americane in quel periodo erano gravose. Con l’approvazione del piano Marshall, il congresso degli Stati Uniti proclamò il principio dell’autosufficienza petrolifera dei due emisferi, raccomandando che gli approvvigionamenti energetici europei fossero per quanto possibile rappresentati da fonti esterne agli Usa.
Nel 1959 il presidente Eisenhower, anche per le pressioni delle compagnie petrolifere “indipendenti” che operavano prevalentemente su territorio statunitense, cedette alla tentazione indipendentista con lo scopo di liberare la politica americana dalle costrizioni mediorientali. Venne approvato il Mandatory Oil Program che fissava un tetto massimo per le importazioni pari al 13 per cento del consumo interno. Ciò causò una serie di conseguenze: le “sette sorelle” furono costrette ad abbassare i prezzi del greggio sul mercato internazionale con il conseguente disappunto dei paesi produttori e l’aumento della conflittualità tra occidentali e paesi arabi. Il provvedimento non avrà successo. Gerald Ford e Richard Nixon ci riprovarono negli anni Settanta. Anche allora si voleva “raggiungere l’indipendenza energetica”, e l’autarchia produttiva sembrava la soluzione ottimale. Sia Nixon che poi Carter, nonostante i loro piani, si trovarono ad affrontare problemi enormi proprio in Medio Oriente. Nixon dovette gestire la crisi dello Yom Kippur, con il corollario della ritorsione anti-americana dell’Opec. Carter vide sbriciolarsi l’equilibrio dell’Iran, con i russi che entrarono in Afghanistan: una seria minaccia alle riserve del Golfo Persico.
Ma l’idea dell’indipendenza energetica non ha pervaso solo gli Stati Uniti. Prima di loro ci aveva provato la Germania nazista. Nel 1936 Hitler si lanciò in un piano massiccio per la costruzione di trenta impianti dedicati alla produzione di combustibili sintetici attraverso la reazione dell’idrogeno con il carbone. La leggenda della ricerca dell’indipendenza energetica alimenterà fantasie come quelle narrate nel film con Marlon Brando “la formula” in cui i tedeschi si impossessavano della formula segreta per un combustibile sintetico capace di soppiantare il petrolio. In verità tutti i combustibili sintetici si riveleranno troppo costosi e poco efficienti.
A tanti anni di distanza, le idee sembrano cambiate poco. Le idee dei vecchi presidenti sono sopravvissute a vari sconvolgimenti, tra la caduta dell’Urss e la rinascita cinese, per approdare tranquille allo studio ovale alla Casa Bianca. Obama vorrebbe sfruttare meglio le energie rinnovabili, e spingere per creare automobili più efficienti. L’indipendenza energetica sembra esser vista, da qualcuno, anche come soluzione per contenere il prezzo del barile. Ma ci sono molti dubbi che ciò possa funzionare. Il mercato dell’energia è mondiale, e se il prezzo del barile aumenta in Europa, lo fa anche negli Stati Uniti. Nei periodi di crisi l’America è stata tentata più volte dall’isolazionismo. È una tentazione che è riemersa prepotentemente anche nello scorso anno di campagna elettorale.
In realtà, come spiega bene Leonardo Maugeri in “L’era del petrolio” è un non-senso l’idea di “liberare” i paesi consumatori dalla dipendenza del greggio del Medio Oriente o quella di attuare strategie per passare a fonti energetiche diverse. In passato si sono sempre rilevati esercizi sterili poiché, nel mondo reale, il processo di sostituzione di una risorsa con un’altra è guidato da processi economici e non politici. Così è successo ad esempio con il passaggio dal legno al carbone e poi ancora dal carbone al petrolio. Questi si sono rivelati più economici e più efficienti dei predecessori e li hanno soppiantati. Il tentativo nazista non fallì dal punto di vista tecnico ma da quello economico. Rimane un’illusione l’idea che le decisioni politiche possano ignorare le leggi dell’economia. Si può investire maggiormente in ricerca ma i risultati di una politica che tendesse ad affrancarsi dal petrolio mediorientale avrebbe oggi soprattutto l’effetto di indebolire le economie di chi la attuasse. Né sembra poter contribuire a combattere il terrorismo limitandone i finanziamenti che derivano dai proventi petroliferi. Soprattutto oggi i paesi arabi non avrebbero problemi a trovare altri compratori.
di Arturo Varvelli
Il tema dell’indipendenza energetica lanciato in queste ore dal presidente Obama non è un tema nuovo. Soprattutto per gli Stati Uniti. La questione emerse negli anni cinquanta di fronte al continuo crescere della quota petrolifera che gli Stati Uniti importavano dall’estero rispetto alla quota prodotta internamente. Nel 1948, per la prima volta gli USA scoprirono di essere diventati un importatore netto di greggio; l’avvenimento esercitò un forte impatto sulla psicologia americana. Per gli strateghi il passaggio al nuovo status venne percepito come una perdita definitiva dell’indipendenza energetica, nonché della capacità di coprire quasi l’80 per cento del consumo europeo di prodotti petroliferi. Ma le responsabilità americane in quel periodo erano gravose. Con l’approvazione del piano Marshall, il congresso degli Stati Uniti proclamò il principio dell’autosufficienza petrolifera dei due emisferi, raccomandando che gli approvvigionamenti energetici europei fossero per quanto possibile rappresentati da fonti esterne agli Usa.
Nel 1959 il presidente Eisenhower, anche per le pressioni delle compagnie petrolifere “indipendenti” che operavano prevalentemente su territorio statunitense, cedette alla tentazione indipendentista con lo scopo di liberare la politica americana dalle costrizioni mediorientali. Venne approvato il Mandatory Oil Program che fissava un tetto massimo per le importazioni pari al 13 per cento del consumo interno. Ciò causò una serie di conseguenze: le “sette sorelle” furono costrette ad abbassare i prezzi del greggio sul mercato internazionale con il conseguente disappunto dei paesi produttori e l’aumento della conflittualità tra occidentali e paesi arabi. Il provvedimento non avrà successo. Gerald Ford e Richard Nixon ci riprovarono negli anni Settanta. Anche allora si voleva “raggiungere l’indipendenza energetica”, e l’autarchia produttiva sembrava la soluzione ottimale. Sia Nixon che poi Carter, nonostante i loro piani, si trovarono ad affrontare problemi enormi proprio in Medio Oriente. Nixon dovette gestire la crisi dello Yom Kippur, con il corollario della ritorsione anti-americana dell’Opec. Carter vide sbriciolarsi l’equilibrio dell’Iran, con i russi che entrarono in Afghanistan: una seria minaccia alle riserve del Golfo Persico.
Ma l’idea dell’indipendenza energetica non ha pervaso solo gli Stati Uniti. Prima di loro ci aveva provato la Germania nazista. Nel 1936 Hitler si lanciò in un piano massiccio per la costruzione di trenta impianti dedicati alla produzione di combustibili sintetici attraverso la reazione dell’idrogeno con il carbone. La leggenda della ricerca dell’indipendenza energetica alimenterà fantasie come quelle narrate nel film con Marlon Brando “la formula” in cui i tedeschi si impossessavano della formula segreta per un combustibile sintetico capace di soppiantare il petrolio. In verità tutti i combustibili sintetici si riveleranno troppo costosi e poco efficienti.
A tanti anni di distanza, le idee sembrano cambiate poco. Le idee dei vecchi presidenti sono sopravvissute a vari sconvolgimenti, tra la caduta dell’Urss e la rinascita cinese, per approdare tranquille allo studio ovale alla Casa Bianca. Obama vorrebbe sfruttare meglio le energie rinnovabili, e spingere per creare automobili più efficienti. L’indipendenza energetica sembra esser vista, da qualcuno, anche come soluzione per contenere il prezzo del barile. Ma ci sono molti dubbi che ciò possa funzionare. Il mercato dell’energia è mondiale, e se il prezzo del barile aumenta in Europa, lo fa anche negli Stati Uniti. Nei periodi di crisi l’America è stata tentata più volte dall’isolazionismo. È una tentazione che è riemersa prepotentemente anche nello scorso anno di campagna elettorale.
In realtà, come spiega bene Leonardo Maugeri in “L’era del petrolio” è un non-senso l’idea di “liberare” i paesi consumatori dalla dipendenza del greggio del Medio Oriente o quella di attuare strategie per passare a fonti energetiche diverse. In passato si sono sempre rilevati esercizi sterili poiché, nel mondo reale, il processo di sostituzione di una risorsa con un’altra è guidato da processi economici e non politici. Così è successo ad esempio con il passaggio dal legno al carbone e poi ancora dal carbone al petrolio. Questi si sono rivelati più economici e più efficienti dei predecessori e li hanno soppiantati. Il tentativo nazista non fallì dal punto di vista tecnico ma da quello economico. Rimane un’illusione l’idea che le decisioni politiche possano ignorare le leggi dell’economia. Si può investire maggiormente in ricerca ma i risultati di una politica che tendesse ad affrancarsi dal petrolio mediorientale avrebbe oggi soprattutto l’effetto di indebolire le economie di chi la attuasse. Né sembra poter contribuire a combattere il terrorismo limitandone i finanziamenti che derivano dai proventi petroliferi. Soprattutto oggi i paesi arabi non avrebbero problemi a trovare altri compratori.
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