martedì 28 aprile 2009
martedì 14 aprile 2009
mercoledì 8 aprile 2009
Qualcosa si muove...? Si sono accorti di internet... qualche anno dopo
De Bortoli al Corriere, il discorso
De Bortoli.... Mi candido, qualche consiglio te lo darei gratis... non quello del sito del Corriere a pagamento però.
De Bortoli.... Mi candido, qualche consiglio te lo darei gratis... non quello del sito del Corriere a pagamento però.
lunedì 6 aprile 2009
giovedì 2 aprile 2009
lunedì 30 marzo 2009
domenica 1 marzo 2009
Panebianco sul Corriere spiega bene "i pericoli del nuovo corso"
L'articolo che avrei voluto scrivere...
di Angelo Panebianco
No, we cannot. L'inquietudine e le preoccupazioni per i primi passi dell'Amministrazione Obama, per il modo in cui il nuovo Presidente americano sta reagendo alla crisi economica, crescono fra gli osservatori. Tutti sappiamo che le decisioni dell'America ci riguardano, che la crisi mondiale, là cominciata, può finire solo se l'America farà le scelte giuste contribuendo a ricostituire la fiducia perduta dei mercati e ponendo le condizioni per il rilancio, in tutto il mondo, della crescita. Il dubbio che serpeggia è che il nuovo Presidente possa non rivelarsi all'altezza, che la Presidenza Obama possa un domani, quando verrà il momento dei bilanci, mostrare di avere qualcosa in comune con l'Amministrazione (repubblicana) di Herbert Hoover, la quale, con le sue scelte sbagliate, aggravò la crisi seguita al crollo di Wall Street del 1929.
Certo è che fin qui i mercati hanno reagito con scetticismo o addirittura negativamente a tutti gli annunci e a tutte le decisioni prese dall'Amministrazione. Ciò nonostante, Obama sembra deciso a pagare le cambiali contratte in campagna elettorale con la sinistra americana: piano sanitario nazionale, rivoluzione verde, massicci investimenti pubblici, tasse più elevate per gli alti redditi. La dilatazione della spesa pubblica implica un cambiamento epocale, il passaggio a una fase di forte presenza statale nella vita economica e sociale americana. Ma è proprio quella la ricetta giusta per rassicurare i mercati e rilanciare consumi e investimenti? Se lo sarà, la Presidenza Obama risulterà un successo e non solo l'America ma tutto il mondo ne verranno beneficiati. Altrimenti, la crisi si aggraverà e ci vorranno molti più anni di quelli che oggi gli esperti prevedono per uscirne. Nell'attesa, possiamo però già valutare alcune conseguenze che la crisi, e le prime risposte dell’Amministrazione Obama, stanno determinando in tutto il mondo.
continua sul Corriere
di Angelo Panebianco
No, we cannot. L'inquietudine e le preoccupazioni per i primi passi dell'Amministrazione Obama, per il modo in cui il nuovo Presidente americano sta reagendo alla crisi economica, crescono fra gli osservatori. Tutti sappiamo che le decisioni dell'America ci riguardano, che la crisi mondiale, là cominciata, può finire solo se l'America farà le scelte giuste contribuendo a ricostituire la fiducia perduta dei mercati e ponendo le condizioni per il rilancio, in tutto il mondo, della crescita. Il dubbio che serpeggia è che il nuovo Presidente possa non rivelarsi all'altezza, che la Presidenza Obama possa un domani, quando verrà il momento dei bilanci, mostrare di avere qualcosa in comune con l'Amministrazione (repubblicana) di Herbert Hoover, la quale, con le sue scelte sbagliate, aggravò la crisi seguita al crollo di Wall Street del 1929.
Certo è che fin qui i mercati hanno reagito con scetticismo o addirittura negativamente a tutti gli annunci e a tutte le decisioni prese dall'Amministrazione. Ciò nonostante, Obama sembra deciso a pagare le cambiali contratte in campagna elettorale con la sinistra americana: piano sanitario nazionale, rivoluzione verde, massicci investimenti pubblici, tasse più elevate per gli alti redditi. La dilatazione della spesa pubblica implica un cambiamento epocale, il passaggio a una fase di forte presenza statale nella vita economica e sociale americana. Ma è proprio quella la ricetta giusta per rassicurare i mercati e rilanciare consumi e investimenti? Se lo sarà, la Presidenza Obama risulterà un successo e non solo l'America ma tutto il mondo ne verranno beneficiati. Altrimenti, la crisi si aggraverà e ci vorranno molti più anni di quelli che oggi gli esperti prevedono per uscirne. Nell'attesa, possiamo però già valutare alcune conseguenze che la crisi, e le prime risposte dell’Amministrazione Obama, stanno determinando in tutto il mondo.
continua sul Corriere
Continuano le interviste...
Varvelli per le "Tre domande a..." dell'Ispi
Intervista a Ian Tabot sulla situazione Pakistana
e intervista a Denis Bauchard sulle elezioni israeliane
Intervista a Ian Tabot sulla situazione Pakistana
e intervista a Denis Bauchard sulle elezioni israeliane
martedì 10 febbraio 2009
7 anni dopo
"Le società civilizzate, almeno sembra, sono a tal punto assuefatte alla violenza, da aver perso il loro dono di essere disgustate dal male".
Il padre di Daniel Pearl.
Il padre di Daniel Pearl.
lunedì 2 febbraio 2009
domenica 1 febbraio 2009
Con Obama torna il vero american dream: l'indipendenza energetica
Su "Il Riformista" di oggi 1 febbraio 2009
di Arturo Varvelli
Il tema dell’indipendenza energetica lanciato in queste ore dal presidente Obama non è un tema nuovo. Soprattutto per gli Stati Uniti. La questione emerse negli anni cinquanta di fronte al continuo crescere della quota petrolifera che gli Stati Uniti importavano dall’estero rispetto alla quota prodotta internamente. Nel 1948, per la prima volta gli USA scoprirono di essere diventati un importatore netto di greggio; l’avvenimento esercitò un forte impatto sulla psicologia americana. Per gli strateghi il passaggio al nuovo status venne percepito come una perdita definitiva dell’indipendenza energetica, nonché della capacità di coprire quasi l’80 per cento del consumo europeo di prodotti petroliferi. Ma le responsabilità americane in quel periodo erano gravose. Con l’approvazione del piano Marshall, il congresso degli Stati Uniti proclamò il principio dell’autosufficienza petrolifera dei due emisferi, raccomandando che gli approvvigionamenti energetici europei fossero per quanto possibile rappresentati da fonti esterne agli Usa.
Nel 1959 il presidente Eisenhower, anche per le pressioni delle compagnie petrolifere “indipendenti” che operavano prevalentemente su territorio statunitense, cedette alla tentazione indipendentista con lo scopo di liberare la politica americana dalle costrizioni mediorientali. Venne approvato il Mandatory Oil Program che fissava un tetto massimo per le importazioni pari al 13 per cento del consumo interno. Ciò causò una serie di conseguenze: le “sette sorelle” furono costrette ad abbassare i prezzi del greggio sul mercato internazionale con il conseguente disappunto dei paesi produttori e l’aumento della conflittualità tra occidentali e paesi arabi. Il provvedimento non avrà successo. Gerald Ford e Richard Nixon ci riprovarono negli anni Settanta. Anche allora si voleva “raggiungere l’indipendenza energetica”, e l’autarchia produttiva sembrava la soluzione ottimale. Sia Nixon che poi Carter, nonostante i loro piani, si trovarono ad affrontare problemi enormi proprio in Medio Oriente. Nixon dovette gestire la crisi dello Yom Kippur, con il corollario della ritorsione anti-americana dell’Opec. Carter vide sbriciolarsi l’equilibrio dell’Iran, con i russi che entrarono in Afghanistan: una seria minaccia alle riserve del Golfo Persico.
Ma l’idea dell’indipendenza energetica non ha pervaso solo gli Stati Uniti. Prima di loro ci aveva provato la Germania nazista. Nel 1936 Hitler si lanciò in un piano massiccio per la costruzione di trenta impianti dedicati alla produzione di combustibili sintetici attraverso la reazione dell’idrogeno con il carbone. La leggenda della ricerca dell’indipendenza energetica alimenterà fantasie come quelle narrate nel film con Marlon Brando “la formula” in cui i tedeschi si impossessavano della formula segreta per un combustibile sintetico capace di soppiantare il petrolio. In verità tutti i combustibili sintetici si riveleranno troppo costosi e poco efficienti.
A tanti anni di distanza, le idee sembrano cambiate poco. Le idee dei vecchi presidenti sono sopravvissute a vari sconvolgimenti, tra la caduta dell’Urss e la rinascita cinese, per approdare tranquille allo studio ovale alla Casa Bianca. Obama vorrebbe sfruttare meglio le energie rinnovabili, e spingere per creare automobili più efficienti. L’indipendenza energetica sembra esser vista, da qualcuno, anche come soluzione per contenere il prezzo del barile. Ma ci sono molti dubbi che ciò possa funzionare. Il mercato dell’energia è mondiale, e se il prezzo del barile aumenta in Europa, lo fa anche negli Stati Uniti. Nei periodi di crisi l’America è stata tentata più volte dall’isolazionismo. È una tentazione che è riemersa prepotentemente anche nello scorso anno di campagna elettorale.
In realtà, come spiega bene Leonardo Maugeri in “L’era del petrolio” è un non-senso l’idea di “liberare” i paesi consumatori dalla dipendenza del greggio del Medio Oriente o quella di attuare strategie per passare a fonti energetiche diverse. In passato si sono sempre rilevati esercizi sterili poiché, nel mondo reale, il processo di sostituzione di una risorsa con un’altra è guidato da processi economici e non politici. Così è successo ad esempio con il passaggio dal legno al carbone e poi ancora dal carbone al petrolio. Questi si sono rivelati più economici e più efficienti dei predecessori e li hanno soppiantati. Il tentativo nazista non fallì dal punto di vista tecnico ma da quello economico. Rimane un’illusione l’idea che le decisioni politiche possano ignorare le leggi dell’economia. Si può investire maggiormente in ricerca ma i risultati di una politica che tendesse ad affrancarsi dal petrolio mediorientale avrebbe oggi soprattutto l’effetto di indebolire le economie di chi la attuasse. Né sembra poter contribuire a combattere il terrorismo limitandone i finanziamenti che derivano dai proventi petroliferi. Soprattutto oggi i paesi arabi non avrebbero problemi a trovare altri compratori.
di Arturo Varvelli
Il tema dell’indipendenza energetica lanciato in queste ore dal presidente Obama non è un tema nuovo. Soprattutto per gli Stati Uniti. La questione emerse negli anni cinquanta di fronte al continuo crescere della quota petrolifera che gli Stati Uniti importavano dall’estero rispetto alla quota prodotta internamente. Nel 1948, per la prima volta gli USA scoprirono di essere diventati un importatore netto di greggio; l’avvenimento esercitò un forte impatto sulla psicologia americana. Per gli strateghi il passaggio al nuovo status venne percepito come una perdita definitiva dell’indipendenza energetica, nonché della capacità di coprire quasi l’80 per cento del consumo europeo di prodotti petroliferi. Ma le responsabilità americane in quel periodo erano gravose. Con l’approvazione del piano Marshall, il congresso degli Stati Uniti proclamò il principio dell’autosufficienza petrolifera dei due emisferi, raccomandando che gli approvvigionamenti energetici europei fossero per quanto possibile rappresentati da fonti esterne agli Usa.
Nel 1959 il presidente Eisenhower, anche per le pressioni delle compagnie petrolifere “indipendenti” che operavano prevalentemente su territorio statunitense, cedette alla tentazione indipendentista con lo scopo di liberare la politica americana dalle costrizioni mediorientali. Venne approvato il Mandatory Oil Program che fissava un tetto massimo per le importazioni pari al 13 per cento del consumo interno. Ciò causò una serie di conseguenze: le “sette sorelle” furono costrette ad abbassare i prezzi del greggio sul mercato internazionale con il conseguente disappunto dei paesi produttori e l’aumento della conflittualità tra occidentali e paesi arabi. Il provvedimento non avrà successo. Gerald Ford e Richard Nixon ci riprovarono negli anni Settanta. Anche allora si voleva “raggiungere l’indipendenza energetica”, e l’autarchia produttiva sembrava la soluzione ottimale. Sia Nixon che poi Carter, nonostante i loro piani, si trovarono ad affrontare problemi enormi proprio in Medio Oriente. Nixon dovette gestire la crisi dello Yom Kippur, con il corollario della ritorsione anti-americana dell’Opec. Carter vide sbriciolarsi l’equilibrio dell’Iran, con i russi che entrarono in Afghanistan: una seria minaccia alle riserve del Golfo Persico.
Ma l’idea dell’indipendenza energetica non ha pervaso solo gli Stati Uniti. Prima di loro ci aveva provato la Germania nazista. Nel 1936 Hitler si lanciò in un piano massiccio per la costruzione di trenta impianti dedicati alla produzione di combustibili sintetici attraverso la reazione dell’idrogeno con il carbone. La leggenda della ricerca dell’indipendenza energetica alimenterà fantasie come quelle narrate nel film con Marlon Brando “la formula” in cui i tedeschi si impossessavano della formula segreta per un combustibile sintetico capace di soppiantare il petrolio. In verità tutti i combustibili sintetici si riveleranno troppo costosi e poco efficienti.
A tanti anni di distanza, le idee sembrano cambiate poco. Le idee dei vecchi presidenti sono sopravvissute a vari sconvolgimenti, tra la caduta dell’Urss e la rinascita cinese, per approdare tranquille allo studio ovale alla Casa Bianca. Obama vorrebbe sfruttare meglio le energie rinnovabili, e spingere per creare automobili più efficienti. L’indipendenza energetica sembra esser vista, da qualcuno, anche come soluzione per contenere il prezzo del barile. Ma ci sono molti dubbi che ciò possa funzionare. Il mercato dell’energia è mondiale, e se il prezzo del barile aumenta in Europa, lo fa anche negli Stati Uniti. Nei periodi di crisi l’America è stata tentata più volte dall’isolazionismo. È una tentazione che è riemersa prepotentemente anche nello scorso anno di campagna elettorale.
In realtà, come spiega bene Leonardo Maugeri in “L’era del petrolio” è un non-senso l’idea di “liberare” i paesi consumatori dalla dipendenza del greggio del Medio Oriente o quella di attuare strategie per passare a fonti energetiche diverse. In passato si sono sempre rilevati esercizi sterili poiché, nel mondo reale, il processo di sostituzione di una risorsa con un’altra è guidato da processi economici e non politici. Così è successo ad esempio con il passaggio dal legno al carbone e poi ancora dal carbone al petrolio. Questi si sono rivelati più economici e più efficienti dei predecessori e li hanno soppiantati. Il tentativo nazista non fallì dal punto di vista tecnico ma da quello economico. Rimane un’illusione l’idea che le decisioni politiche possano ignorare le leggi dell’economia. Si può investire maggiormente in ricerca ma i risultati di una politica che tendesse ad affrancarsi dal petrolio mediorientale avrebbe oggi soprattutto l’effetto di indebolire le economie di chi la attuasse. Né sembra poter contribuire a combattere il terrorismo limitandone i finanziamenti che derivano dai proventi petroliferi. Soprattutto oggi i paesi arabi non avrebbero problemi a trovare altri compratori.
domenica 28 dicembre 2008
Samuel Huntington: ma chi l'ha letto "The Clash of Civilization"?
E' morto uno dei politologi che hanno maggiormente segnato il dibattito post guerra fredda. Tuttavia, leggendo e ascoltando i media italiani, mi è sempre sembrato che tutti ne parlassero senza nemmeno averlo letto, fraintendendo la sua analisi (con una evidente capacità di previsione) con il suo auspicio. Samuel Huntington aveva semplicemente identificato nei fattori culturali, religiosi ed etnici (anzichè ideologici) i nuovi paradigmi su cui si sarebbero identificati e, probabilmente, divisi gli attori internazionali dopo la caduta del comunismo. Samuel Huntington non auspicava lo scontro, piuttosto riteneva che si sarebbe quasi inevitabilmente verificato... ma per capirlo bisognava leggerlo The Clash of Civilization...
Vittorio da Rold spiega bene sul Sole:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/12/tramonto-ideologie-decadenza-Occidente.shtml?uuid=ba700836-d500-11dd-9138-0656feb089b0&DocRulesView=Libero
Geminello Alvi (un grande) pensa invece che il libro non lo avessero capito... io continuo a pensare che non lo avessero letto:
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=317200&START=1&2col=
Vittorio da Rold spiega bene sul Sole:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2008/12/tramonto-ideologie-decadenza-Occidente.shtml?uuid=ba700836-d500-11dd-9138-0656feb089b0&DocRulesView=Libero
Geminello Alvi (un grande) pensa invece che il libro non lo avessero capito... io continuo a pensare che non lo avessero letto:
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=317200&START=1&2col=
martedì 9 dicembre 2008
L'America di Obama oltre al declino affronterà il declinismo
di Arturo Varvelli - Articolo pubblicato da Il Riformista, 7 dicembre 2008
Il declino statunitense è raccontato, annunciato e previsto, da storici, politologi ed economisti da almeno tre decenni. Il tema è di attualità dagli anni Settanta, quando il mondo affrontava le prime manifestazioni della crisi internazionale che seguì la fine del sistema di Bretton Woods e la sconfitta degli Stati Uniti nel Vietnam. I politologi erano preoccupati che si ripetesse la crisi e la grande depressione degli anni Trenta, per mancanza di una leadership mondiale. Per gli Stati Uniti sembrava allora molto difficile mantenere il proprio margine competitivo sui rivali - l’Europa e il Giappone - mentre i costi crescenti del contenimento dell’URSS trasformarono gli USA, a partire dagli anni Ottanta, nella nazione più indebitata del mondo.
Oggi la crisi finanziaria ed economica ha riproposto il tema: che il declino egemonico non sia solamente un quadro teorico? La congiuntura attuale e le debolezze statunitensi sembrano suggerire che il sistema internazionale si trovi di fronte a quella che molti osservatori internazionali hanno descritto come il “crollo della superpotenza americana” o il suo “inesorabile declino”, richiamando alla mente proprio i teorici delle relazioni internazionali che si sono occupati dei cicli dell’egemonia.
Rileggere oggi lo storico Paul Kennedy, che delinea la caduta della superpotenza con l’incapacità di finanziare il proprio ruolo nel mondo con le risorse interne, non appare un semplice esercizio di applicazione teorica alla realtà. Dal 1500 a oggi, questo è l'arco di tempo preso in esame da Kennedy, questa legge è sempre stata rispettata. Pur con approcci differenti, altri studiosi forniscono letture simili. Il sociologo Robert Gilpin identifica i fattori di crisi dell’egemone nella maggior crescita dei costi del mantenimento dello status quo rispetto alla capacità economica di sostenere lo stesso. Per l’egemone è impossibile conservare nel lungo periodo il monopolio delle capacità tecnologiche ed economiche all’origine del proprio successo poiché divengono patrimonio condiviso degli altri stati che finiscono per diventare suoi rivali. Inoltre le aspettative dei cittadini, che rifiutano di continuare a sopportare i sacrifici necessari, sempre maggiori, per preservare il ruolo egemonico, spingono affinché vengano privilegiati i consumi interni, nella logica “più burro e meno cannoni”. Anche dal lavoro dell’economista Charles Kindleberger si può trarre un monito per gli Stati Uniti di oggi e un paragone implicito. Egli vede la crisi del 1929 come conseguenza dell’incapacità britannica di continuare a svolgere il ruolo di leadership nell’economia e nella finanza internazionale che aveva avuto prima della guerra mondiale.
Curiosità del destino, le teorie egemoniche, frutto delle percezioni di debolezza degli Stati Uniti negli anni Settanta, trovarono massimo sviluppo e risalto nel decennio successivo, proprio mentre la potenza americana anziché ridimensionare il proprio ruolo si accingeva a vincere la guerra fredda sconfiggendo quello che era stato il nemico per più di quarant’anni: una Unione Sovietica che, lei sì, collassava su se stessa.
Secondo la maggior parte degli analisti internazionali, compresi quelli del National Intelligence Council del governo americano, la crisi finanziaria ed economica potrà riflettersi sull’influenza statunitense nel mondo. Ciò potrebbe spingere all’elaborazione di dottrine più selettive e ad un maggior coinvolgimento dei partner in una prospettiva maggiormente multilaterale, come le prime dichiarazioni del Presidente eletto Obama fanno presumere. L’egemone infatti non ha molte alternative per venire fuori da questa situazione. Può cercare di capovolgere il trend interno o ridurre il livello del proprio impegno internazionale e promuovere alleanze strategiche con altri stati, come in realtà fece la Gran Bretagna negli anni Trenta, principalmente verso gli Stati Uniti, di fronte al declino del proprio sistema imperiale. Ma anche gli Stati Uniti proprio durante gli anni Settanta fecero uso di questa strategia. La dottrina Nixon può essere interpretata come uno sforzo degli USA per sganciarsi da impegni difficili da mantenere e far gravare parte del peso della difesa dello status quo internazionale su altri paesi. L’avvicinamento americano alla Cina comunista fu un esempio. In cambio di una riduzione degli impegni americani nei confronti di Taiwan, gli americani chiesero la collaborazione cinese per contenere la potenza in espansione dell’Unione Sovietica.
A quale punto della parabola del declino siano oggi gli Stati Uniti e se esso sia veramente così prossimo e inevitabile non è quindi così facile a dirsi. Le società possono rigenerarsi e, in effetti, come scritto da Gilpin, lo hanno fatto: la Cina imperiale si rinnovò per molti secoli prima di raggiungere “una trappola” prodotta dalla diminuzione dei profitti e dalla stagnazione tecnologica; la Gran Bretagna si è ripresa varie volte nel corso di tre secoli prima di entrare in una fase di declino verso la fine del XIX secolo.
Oggi gli Stati Uniti non controllano più unilateralmente il mondo, tuttavia rimangono pur sempre, e di gran lunga, la maggior potenza politica, economica e militare. La storia può suggerire ancora. Come ha sostenuto proprio Paul Kennedy in questi giorni, il declino statunitense potrebbe essere rallentato: “Non so se Obama farà come Filippo II di Spagna, ma a volte per preservare il potere si dovranno scegliere alcune aree di influenza e rinunciare ad altre. Filippo II scelse le sue priorità al massimo del suo potere. E la sua restò una grande lezione per rallentare il declino di una grande potenza”.
Il declino statunitense è raccontato, annunciato e previsto, da storici, politologi ed economisti da almeno tre decenni. Il tema è di attualità dagli anni Settanta, quando il mondo affrontava le prime manifestazioni della crisi internazionale che seguì la fine del sistema di Bretton Woods e la sconfitta degli Stati Uniti nel Vietnam. I politologi erano preoccupati che si ripetesse la crisi e la grande depressione degli anni Trenta, per mancanza di una leadership mondiale. Per gli Stati Uniti sembrava allora molto difficile mantenere il proprio margine competitivo sui rivali - l’Europa e il Giappone - mentre i costi crescenti del contenimento dell’URSS trasformarono gli USA, a partire dagli anni Ottanta, nella nazione più indebitata del mondo.
Oggi la crisi finanziaria ed economica ha riproposto il tema: che il declino egemonico non sia solamente un quadro teorico? La congiuntura attuale e le debolezze statunitensi sembrano suggerire che il sistema internazionale si trovi di fronte a quella che molti osservatori internazionali hanno descritto come il “crollo della superpotenza americana” o il suo “inesorabile declino”, richiamando alla mente proprio i teorici delle relazioni internazionali che si sono occupati dei cicli dell’egemonia.
Rileggere oggi lo storico Paul Kennedy, che delinea la caduta della superpotenza con l’incapacità di finanziare il proprio ruolo nel mondo con le risorse interne, non appare un semplice esercizio di applicazione teorica alla realtà. Dal 1500 a oggi, questo è l'arco di tempo preso in esame da Kennedy, questa legge è sempre stata rispettata. Pur con approcci differenti, altri studiosi forniscono letture simili. Il sociologo Robert Gilpin identifica i fattori di crisi dell’egemone nella maggior crescita dei costi del mantenimento dello status quo rispetto alla capacità economica di sostenere lo stesso. Per l’egemone è impossibile conservare nel lungo periodo il monopolio delle capacità tecnologiche ed economiche all’origine del proprio successo poiché divengono patrimonio condiviso degli altri stati che finiscono per diventare suoi rivali. Inoltre le aspettative dei cittadini, che rifiutano di continuare a sopportare i sacrifici necessari, sempre maggiori, per preservare il ruolo egemonico, spingono affinché vengano privilegiati i consumi interni, nella logica “più burro e meno cannoni”. Anche dal lavoro dell’economista Charles Kindleberger si può trarre un monito per gli Stati Uniti di oggi e un paragone implicito. Egli vede la crisi del 1929 come conseguenza dell’incapacità britannica di continuare a svolgere il ruolo di leadership nell’economia e nella finanza internazionale che aveva avuto prima della guerra mondiale.
Curiosità del destino, le teorie egemoniche, frutto delle percezioni di debolezza degli Stati Uniti negli anni Settanta, trovarono massimo sviluppo e risalto nel decennio successivo, proprio mentre la potenza americana anziché ridimensionare il proprio ruolo si accingeva a vincere la guerra fredda sconfiggendo quello che era stato il nemico per più di quarant’anni: una Unione Sovietica che, lei sì, collassava su se stessa.
Secondo la maggior parte degli analisti internazionali, compresi quelli del National Intelligence Council del governo americano, la crisi finanziaria ed economica potrà riflettersi sull’influenza statunitense nel mondo. Ciò potrebbe spingere all’elaborazione di dottrine più selettive e ad un maggior coinvolgimento dei partner in una prospettiva maggiormente multilaterale, come le prime dichiarazioni del Presidente eletto Obama fanno presumere. L’egemone infatti non ha molte alternative per venire fuori da questa situazione. Può cercare di capovolgere il trend interno o ridurre il livello del proprio impegno internazionale e promuovere alleanze strategiche con altri stati, come in realtà fece la Gran Bretagna negli anni Trenta, principalmente verso gli Stati Uniti, di fronte al declino del proprio sistema imperiale. Ma anche gli Stati Uniti proprio durante gli anni Settanta fecero uso di questa strategia. La dottrina Nixon può essere interpretata come uno sforzo degli USA per sganciarsi da impegni difficili da mantenere e far gravare parte del peso della difesa dello status quo internazionale su altri paesi. L’avvicinamento americano alla Cina comunista fu un esempio. In cambio di una riduzione degli impegni americani nei confronti di Taiwan, gli americani chiesero la collaborazione cinese per contenere la potenza in espansione dell’Unione Sovietica.
A quale punto della parabola del declino siano oggi gli Stati Uniti e se esso sia veramente così prossimo e inevitabile non è quindi così facile a dirsi. Le società possono rigenerarsi e, in effetti, come scritto da Gilpin, lo hanno fatto: la Cina imperiale si rinnovò per molti secoli prima di raggiungere “una trappola” prodotta dalla diminuzione dei profitti e dalla stagnazione tecnologica; la Gran Bretagna si è ripresa varie volte nel corso di tre secoli prima di entrare in una fase di declino verso la fine del XIX secolo.
Oggi gli Stati Uniti non controllano più unilateralmente il mondo, tuttavia rimangono pur sempre, e di gran lunga, la maggior potenza politica, economica e militare. La storia può suggerire ancora. Come ha sostenuto proprio Paul Kennedy in questi giorni, il declino statunitense potrebbe essere rallentato: “Non so se Obama farà come Filippo II di Spagna, ma a volte per preservare il potere si dovranno scegliere alcune aree di influenza e rinunciare ad altre. Filippo II scelse le sue priorità al massimo del suo potere. E la sua restò una grande lezione per rallentare il declino di una grande potenza”.
lunedì 24 novembre 2008
Varvelli su Il Riformista
Passo qui il mio articolo sull'Affare Fiat-Libia del 1976 pubblicato domenica 23 novembre su "Il Riformista".
"La storia a volte si ripete. E quando c’è di mezzo il leader libico Muammar Gheddafi si ripete più sovente. Un parallelo storico è facilmente percorribile in queste settimane, dopo l’ingresso di soci libici in Unicredit e l’interesse mostrato dal Fondo Sovrano libico per altre aziende italiane. Nel 1976 la Libia entrò nel capitale della FIAT proprio nel momento in cui attraversava un periodo di forte crisi. Allora come oggi i libici avevano accumulato ingenti capitali dopo che negli anni precedenti le entrate petrolifere libiche erano straordinariamente cresciute per gli alti prezzi del greggio.
Il 1 dicembre del 1976 per la prima volta nella storia mondiale un paese arabo non vicino al mondo occidentale, attraverso la sua banca, la Libyan Arab Foreign Bank, acquistava, a seguito di un corrispettivo aumento di capitale, una percentuale (il 9,5%) di una grande azienda occidentale, entrando nel Consiglio di Amministrazione della FIAT. Agnelli e Romiti, con l’ausilio di Cuccia, avevano agito nel silenzio per 18 mesi senza avvisare il governo ma il solo Andreotti. Quando si erano fatti avanti i finanzieri di Gheddafi, il management del Lingotto non aveva potuto che spalancare loro le porte, visto che versavano, uno sull'altro, ben 415 milioni di dollari, una somma pari a un quarto del passivo dei conti italiani con l'estero di allora. Subito fu chiaro, però, che quell'investimento in petrodollari aveva per Gheddafi un valore politico che andava ben oltre l'interesse finanziario. L’investimento in Fiat era il biglietto da visita con cui legarsi alla grande finanza occidentale proprio in un periodo in cui il regime del Colonnello veniva guardato con sospetto sempre maggiore. Forse fu più opportunismo che strategia, ma le parole di allora di Abdallah Saudi, Presidente della banca libica, potrebbero essere state pronunciate oggi: “La Libia dispone di entrate valutarie superiori ai suoi bisogni interni e cerca occasioni di investimento all’estero in società con altri interessi, naturalmente di paesi amici: quando una buona occasione di investimento ci si presenta, naturalmente la afferriamo”.
L’Avvocato si era preoccupato delle possibili reazioni negative e si era prodigato in assicurazioni che escludevano una diretta partecipazione dei libici alla gestione dell’azienda torinese. C’era voluta molta accortezza per non vedersi piovere addosso critiche. Dopo essere volato a Londra e Parigi a spiegare le clausole e i motivi dell’intesa, Agnelli si era recato a Washinghton per tranquillizzare i principali esponenti dell’amministrazione americana e l’allora capo della CIA Bush padre. Essi temevano che i fiduciari di Gheddafi potessero venire a conoscenza di determinate tecnologie di carattere strategico o militare. Preoccupazioni che si amplificarono quando pochi giorni dopo Agnelli si incontrò con Gheddafi a Mosca. Secondo quanto riferito da Michael Ledeen, allora corrispondente da Roma di “New Repubblic”, e in rapporti con i servizi segreti statunitensi, l’accordo era stato raggiunto sulla base di uno schema triangolare di reciproche convergenze per cui, mentre Agnelli aveva bisogno di ricapitalizzare la Fiat, Gheddafi doveva saldare un grosso debito con il Cremino per l’acquisto di armamenti; e i russi, a loro volta, volevano che la Fiat costruisse una fabbrica di scavatrici per la quale era necessario trovare un finanziamento.
Ma dell’accordo si erano preoccupati per gli stessi motivi anche il governo e servizi segreti italiani. Secondo i documenti dell’archivio storico FIAT il 15 gennaio 1977 il capo del SID, Ammiraglio Mario Casardi, scriveva a Giovanni Agnelli: “Il recente accordo stipulato tra FIAT e Libyan Arab Foreign Bank prevede l’immissione nel Consiglio di Amministrazione di rappresentanti dell’Ente libico. Reputo doveroso rammentarLe che notizie o argomenti classificati in quanto interessanti la difesa e la sicurezza dello Stato non possono essere portati a conoscenza di persone prive di adeguata abilitazione (nulla osta di segretezza) da me rilasciata”. Agnelli tre giorni dopo rassicurava il capo dell’intelligence italiana: “Tengo subito a precisarLe che le materie riservate da Lei richiamate non costituiscono mai oggetto di esame o deliberazioni da parte del nostro Consiglio di Amministrazione. In ogni caso desidero assicurarLa che le disposizioni di sicurezza relative alle materie in questione ci sono ben presenti e che, come per il passato, ci atterremo scrupolosamente alle medesime anche per l’avvenire”.
L’investimento rimase isolato e i consiglieri libici in FIAT, secondo Agnelli, “non pretesero mai nulla”. Certo per i libici fu un successo economico: quando la banca di Tripoli uscì dalla FIAT nel 1986, dopo la crisi dei missili su Lampedusa, portò a casa 10 volte il capitale investito.
La vera novità è che i Gheddafi – a Muammar si è aggiunto Saif al-Islam, il figlio che sembra destinato a ereditare il potere dal padre - questa volta sembrano essere sbarcati in Italia per restarci più a lungo e per un investimento più differenziato e strategico. E ciò sta avvenendo quando, dopo decenni di crescente liberalizzazione, alcuni stati europei adottano un comportamento più difensivo verso la penetrazione dei fondi sovrani. La necessità di proteggere i settori strategici è invocata nella maggior parte dei casi. Come evidente con la creazione Comitato Strategico Esteri-Tesoro, questi settori non si limitano all’industria dell’armamento ma comprendono pure l’energia, le risorse naturali, le infrastrutture e la finanza. Proprio i settori che interessano ai Gheddafi per l’acquisizione del know-how necessario allo sviluppo libico come dimostrato dalle avance ad ENI, Telecom, Impregilo, Terna e Generali. Ma il Leader stavolta si è preparato la strada giusta: l’accordo che ha chiuso il contenzioso con l’Italia, approvato in Consiglio dei Ministri in questi giorni, e la piena riammissione della Libia nella comunità internazionale forniscono quella cornice politica necessaria agli investimenti che negli anni ’70 non era immaginabile poter costruire".
"La storia a volte si ripete. E quando c’è di mezzo il leader libico Muammar Gheddafi si ripete più sovente. Un parallelo storico è facilmente percorribile in queste settimane, dopo l’ingresso di soci libici in Unicredit e l’interesse mostrato dal Fondo Sovrano libico per altre aziende italiane. Nel 1976 la Libia entrò nel capitale della FIAT proprio nel momento in cui attraversava un periodo di forte crisi. Allora come oggi i libici avevano accumulato ingenti capitali dopo che negli anni precedenti le entrate petrolifere libiche erano straordinariamente cresciute per gli alti prezzi del greggio.
Il 1 dicembre del 1976 per la prima volta nella storia mondiale un paese arabo non vicino al mondo occidentale, attraverso la sua banca, la Libyan Arab Foreign Bank, acquistava, a seguito di un corrispettivo aumento di capitale, una percentuale (il 9,5%) di una grande azienda occidentale, entrando nel Consiglio di Amministrazione della FIAT. Agnelli e Romiti, con l’ausilio di Cuccia, avevano agito nel silenzio per 18 mesi senza avvisare il governo ma il solo Andreotti. Quando si erano fatti avanti i finanzieri di Gheddafi, il management del Lingotto non aveva potuto che spalancare loro le porte, visto che versavano, uno sull'altro, ben 415 milioni di dollari, una somma pari a un quarto del passivo dei conti italiani con l'estero di allora. Subito fu chiaro, però, che quell'investimento in petrodollari aveva per Gheddafi un valore politico che andava ben oltre l'interesse finanziario. L’investimento in Fiat era il biglietto da visita con cui legarsi alla grande finanza occidentale proprio in un periodo in cui il regime del Colonnello veniva guardato con sospetto sempre maggiore. Forse fu più opportunismo che strategia, ma le parole di allora di Abdallah Saudi, Presidente della banca libica, potrebbero essere state pronunciate oggi: “La Libia dispone di entrate valutarie superiori ai suoi bisogni interni e cerca occasioni di investimento all’estero in società con altri interessi, naturalmente di paesi amici: quando una buona occasione di investimento ci si presenta, naturalmente la afferriamo”.
L’Avvocato si era preoccupato delle possibili reazioni negative e si era prodigato in assicurazioni che escludevano una diretta partecipazione dei libici alla gestione dell’azienda torinese. C’era voluta molta accortezza per non vedersi piovere addosso critiche. Dopo essere volato a Londra e Parigi a spiegare le clausole e i motivi dell’intesa, Agnelli si era recato a Washinghton per tranquillizzare i principali esponenti dell’amministrazione americana e l’allora capo della CIA Bush padre. Essi temevano che i fiduciari di Gheddafi potessero venire a conoscenza di determinate tecnologie di carattere strategico o militare. Preoccupazioni che si amplificarono quando pochi giorni dopo Agnelli si incontrò con Gheddafi a Mosca. Secondo quanto riferito da Michael Ledeen, allora corrispondente da Roma di “New Repubblic”, e in rapporti con i servizi segreti statunitensi, l’accordo era stato raggiunto sulla base di uno schema triangolare di reciproche convergenze per cui, mentre Agnelli aveva bisogno di ricapitalizzare la Fiat, Gheddafi doveva saldare un grosso debito con il Cremino per l’acquisto di armamenti; e i russi, a loro volta, volevano che la Fiat costruisse una fabbrica di scavatrici per la quale era necessario trovare un finanziamento.
Ma dell’accordo si erano preoccupati per gli stessi motivi anche il governo e servizi segreti italiani. Secondo i documenti dell’archivio storico FIAT il 15 gennaio 1977 il capo del SID, Ammiraglio Mario Casardi, scriveva a Giovanni Agnelli: “Il recente accordo stipulato tra FIAT e Libyan Arab Foreign Bank prevede l’immissione nel Consiglio di Amministrazione di rappresentanti dell’Ente libico. Reputo doveroso rammentarLe che notizie o argomenti classificati in quanto interessanti la difesa e la sicurezza dello Stato non possono essere portati a conoscenza di persone prive di adeguata abilitazione (nulla osta di segretezza) da me rilasciata”. Agnelli tre giorni dopo rassicurava il capo dell’intelligence italiana: “Tengo subito a precisarLe che le materie riservate da Lei richiamate non costituiscono mai oggetto di esame o deliberazioni da parte del nostro Consiglio di Amministrazione. In ogni caso desidero assicurarLa che le disposizioni di sicurezza relative alle materie in questione ci sono ben presenti e che, come per il passato, ci atterremo scrupolosamente alle medesime anche per l’avvenire”.
L’investimento rimase isolato e i consiglieri libici in FIAT, secondo Agnelli, “non pretesero mai nulla”. Certo per i libici fu un successo economico: quando la banca di Tripoli uscì dalla FIAT nel 1986, dopo la crisi dei missili su Lampedusa, portò a casa 10 volte il capitale investito.
La vera novità è che i Gheddafi – a Muammar si è aggiunto Saif al-Islam, il figlio che sembra destinato a ereditare il potere dal padre - questa volta sembrano essere sbarcati in Italia per restarci più a lungo e per un investimento più differenziato e strategico. E ciò sta avvenendo quando, dopo decenni di crescente liberalizzazione, alcuni stati europei adottano un comportamento più difensivo verso la penetrazione dei fondi sovrani. La necessità di proteggere i settori strategici è invocata nella maggior parte dei casi. Come evidente con la creazione Comitato Strategico Esteri-Tesoro, questi settori non si limitano all’industria dell’armamento ma comprendono pure l’energia, le risorse naturali, le infrastrutture e la finanza. Proprio i settori che interessano ai Gheddafi per l’acquisizione del know-how necessario allo sviluppo libico come dimostrato dalle avance ad ENI, Telecom, Impregilo, Terna e Generali. Ma il Leader stavolta si è preparato la strada giusta: l’accordo che ha chiuso il contenzioso con l’Italia, approvato in Consiglio dei Ministri in questi giorni, e la piena riammissione della Libia nella comunità internazionale forniscono quella cornice politica necessaria agli investimenti che negli anni ’70 non era immaginabile poter costruire".
mercoledì 5 novembre 2008
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